La riorganizzazione del servizio di recapito annunciata da Poste Italiane per la provincia di Bergamo è l’ennesima conferma di un modello che scarica sui lavoratori i costi di scelte aziendali sbagliate, e sulla cittadinanza i disservizi che ne conseguono.
I dati parlano chiaro. Nella nuova riorganizzazione, centri come Ponte San Pietro, Treviglio, Valbrembo, Trescore Balneario e Albino perdono zone di recapito, ovvero portalettere in meno assegnati al territorio. Bergamo, al contrario, ne guadagna, ma il carico di lavoro cittadino è cresciuto molto di più di quanto questi pochi implementamenti possano assorbire. Il risultato è un conto che non torna: si toglie personale dove già scarseggia, e si aggiunge personale insufficiente dove il lavoro continua ad aumentare.
È a Ponte San Pietro che questa riorganizzazione mostra oggi le maggiori criticità. Non si tratta di un centro semplicemente sotto organico: la direzione esiste sulla carta, ma non è fisicamente presente sul territorio, e i portalettere si trovano di fatto ad autogestirsi, cioè a decidere da soli priorità, carichi e tempi che dovrebbero essere responsabilità dell’azienda. “A Ponte San Pietro non stiamo parlando di un disagio temporaneo, ma di un vuoto di gestione che l’azienda conosce da settimane e che continua a non affrontare – dichiara Alessandro Esposito, SLC CGIL Bergamo – Non si può chiedere ai lavoratori di sostituirsi alla direzione e poi pretendere che tutto funzioni come se nulla fosse.”
Anche a Bergamo la situazione è critica. L’aggiunta di quattro zone di recapito e di un addetto alla consegna pacchi, presentata come un potenziamento, è nei fatti una toppa del tutto sproporzionata rispetto ai volumi reali della città. Per mesi portalettere e direzione non sono stati messi nelle condizioni di lavorare, schiacciati da una mole di prodotto ingestibile con l’organico a disposizione.
A questo si aggiunge, in tutta la provincia, il problema delle ferie estive: zone lasciate scoperte per assenza di sostituzioni adeguate, con cittadini che arrivano a ricevere fino a quattro settimane di corrispondenza in un colpo solo: una responsabilità che ricade interamente sull’organizzazione aziendale, non certo sui lavoratori. “Al rientro, gli stessi portalettere si trovano zone letteralmente straripanti, con settimane di arretrato da smaltire sotto pressione, spesso in condizioni climatiche estreme, per garantire in poche ore una qualità del servizio che l’azienda non è stata in grado di smaltire nelle settimane precedenti”, continua Esposito. Treviglio, Valbrembo, Trescore e Albino, con i tagli previsti, vedranno inevitabilmente crescere ulteriormente questi disservizi.
“Come sindacato non possiamo accettare che i lavoratori paghino le conseguenze di una pianificazione aziendale che non tiene conto della realtà dei territori – conclude Esposito – Chiediamo a Poste Italiane la revisione immediata del piano di riorganizzazione, con un reale adeguamento del personale ai volumi effettivi, e un piano strutturale di sostituzioni per le assenze programmate, che non scarichi sui portalettere il costo dell’assenza di programmazione aziendale.”