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Lo smart working nella pubblica amministrazione a Bergamo. I risultati del sondaggio della FP-CGIL provinciale tra oltre 300 lavoratori

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Lo smart working nella Pubblica Amministrazione secondo l’esperienza diretta di lavoratori di Comuni, Provincia, Camera di commercio, uffici locali dei ministeri e del parastato, ordini professionali ma anche della sanità pubblica del territorio bergamasco: la FP-CGIL provinciale ha invitato i dipendenti pubblici a rispondere a un articolato sondaggio sulla loro esperienza personale di attività lavorativa da remoto. Le risposte alla trentina di quesiti proposti forniscono un quadro dettagliato di due anni e mezzo di smart working nel pubblico impiego, tra aspettative, timori, entusiasmi, adattamento ai nuovi strumenti tecnici e diversi ritmi di vita.

Il sondaggio è stato realizzato nelle settimane tra il 29 agosto al 12 settembre. Hanno risposto 308 lavoratori, per la maggior parte alle prese con lo smart working per la prima volta (il 94,2% non lo aveva mai sperimentato prima del 2020). Con il sopraggiungere della pandemia e nel corso di questi due anni e mezzo il 79,5% del campione ha lavorato da casa.

“Le amministrazioni pubbliche hanno dovuto ricorrere in maniera consistente allo smart working nel periodo della pandemia. La necessità di continuare l’erogazione dei servizi ha costretto ad adeguarsi velocemente a questa modalità, anche se molti hanno assistito a una lenta implementazione dei software e degli hardware necessari, oltre che a una certa resistenza da parte delle stesse amministrazioni” ha spiegato Dino Pusceddu della segreteria della FP-CGIL di Bergamo che ha direttamente curato l’indagine (insieme a Diego Lodetti e Ivan Marzola). “C’è stata resistenza, tuttavia, anche fra i dipendenti, che si sono ritrovati talvolta con la percezione di tempi più prolungati di lavoro, finendo per essere sempre contattabili, e patendo il poco confronto con i colleghi e con i superiori. Dal nostro osservatorio gran parte dei lavoratori risulta, poi, avere sperimentato questa modalità di lavoro senza strumenti idonei e per la stragrande maggioranza senza alcuna formazione”.

Il 60,8% degli intervistati ha risposto, infatti, di non ricevuto dal proprio ufficio alcuna strumentazione di lavoro. Il 92,6% riferisce di non aver ricevuto alcuna specifica formazione per il lavoro da remoto. A proposito del controllo del lavoro svolto, solo il 23% ha riferito di non essere stato sottoposto ad alcuna verifica.
In materia di produttività (almeno quella percepita da parte dell’intervistato), l’82,7% ha parlato di un livello maggiore o uguale rispetto all’attività in ufficio. Meno dell’1% ha riferito di aver ricevuto contestazioni per scarsa produttività o per errori.

Per il 37% del campione il lavoro si è prolungato su più ore rispetto all’orario di attività in ufficio. A proposito dell’ambiente domestico in cui si è svolta la propria mansione lavorativa, ben il 62,7% degli intervistati ha risposto di avere lavorato serenamente e senza distrazioni avendo a casa spazi idonei, separati dal resto della famiglia.
Un’ampia maggioranza, l’86,2%, riferisce di una soddisfazione totale, molto buona o abbastanza buona della propria esperienza di lavoro da remoto. Fra gli aspetti più positivi, in cima alle preferenze appaiono il minor tempo impiegato per gli spostamenti da e per l’ufficio, e la possibilità di conciliare meglio i tempi di vita con quelli di lavoro. Fra gli elementi più negativi dell’esperienza, le voci più citate sono state l’isolamento rispetto al contesto sociale e lavorativo e l’uso di una strumentazione che non permette di operare con la stessa efficienza che si ha in ufficio.

“In molte amministrazioni il Decreto Ministeriale dell’8 ottobre 2021 ha sancito, in concreto, la fine del lavoro agile” prosegue Pusceddu. “Dal 15 ottobre dell’anno scorso nelle pubbliche amministrazioni la prestazione lavorativa in presenza dev’essere, come dicono le disposizioni di legge, ‘prevalente’. Questo non significa che lo smart working debba venire archiviato. Eppure, anche a seguito delle dichiarazioni pubbliche del ministro Brunetta, sono molte le realtà in cui i lavoratori ci hanno parlato di una sospensione massiccia dell’attività in smart perché il dirigente di riferimento l’aveva considerata un’esperienza conclusa. Dall’ottobre del 2021, infatti, solo il 16,6% degli intervistati ha risposto di avere lavorato in smart working quasi tutte le settimane. Indagando il motivo per il quale si è passati al lavoro in presenza come modalità ordinaria, il 46,3% ha risposto che l’amministrazione o il proprio dirigente di riferimento sostenevano che lo smart working non costituiva più un’opzione”.

Infine, alla domanda se esista, nell’ente in cui si lavora, una regolamentazione del lavoro agile, solo il 40,15% degli intervistati ha risposto di sì (il 35,7% ha detto di no, e il 24,16% riferisce di non esserne informato).

I risultati del sondaggio sono stati presentati il 21 settembre in un convegno organizzato dalla FP-CGIL di Bergamo all’Auditorium Ermanno Olmi della Provincia di Bergamo in via Sora 4. Oltre a Dino Pusceddu della segreteria della FP-CGIL di Bergamo, è intervenuta la professoressa Arianna Visentini, presidente di Variazioni Srl, che ha portato alcune esperienze positive di lavoro agile e ha parlato dell’impatto che questo ha avuto sulle comunità locali. Sullo smart working “come strumento di innovazione per le pubbliche amministrazioni” si sono, poi, confrontati i candidati bergamaschi alle elezioni del 25 settembre. Erano presenti Giacomo Angeloni, assessore del Comune di Bergamo, Alessandra Gallone, senatrice della Repubblica, Daisy Pirovano, senatrice della Repubblica, e Marco Sironi, consigliere comunale del Comune di Seriate.
Ha coordinato i lavori Roberto Rossi, segretario generale della FP-CGIL di Bergamo. Le conclusioni sono state affidate a Florindo Oliverio, segretario della FP-CGIL nazionale.

Via Garibaldi, 3 - 24122 Bergamo (BG)

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