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Case e Ospedali della Comunità: per ora si parla più di contenitori che di contenuti

Pubblicata la delibera regionale sull’applicazione del PNRR in Lombardia per quanto riguarda “Case della comunità” e “Ospedali di comunità”. Per ora individuati gli edifici. Sono le attività e i contenuti che vanno programmati per tempo. Ancora lontana la valorizzazione della medicina territoriale integrata con i servizi sociali

 Finora ne parlavano solamente articoli di giornale e comunicati-stampa della Regione, ma il Piano vero e proprio ha visto la luce solo il 18 ottobre con la pubblicazione sul BURL della Delibera Regionale 5373 dell’11 ottobre. Più che la delibera vera e propria (che si limita a censire gli edifici idonei e di proprietà del Servizio Sanitario Regionale) è forse più interessante soffermarsi sul preambolo che, invece, fissa alcuni standard ed obiettivi.
Mentre per le “Case della Comunità” lo standard nazionale (Documento AGENAS) prevede una Casa della Comunità ogni 20-25mila abitanti (quindi a Bergamo una cinquantina, che potrebbero essere anche di più perché per le aree montane lo standard si abbasserebbe a 10-15mila), la DGR ne prevede la metà, cioè una ogni 50mila abitanti (quindi per Bergamo, una ventina).
Per gli “Ospedali di Comunità” lo standard nazionale è di uno ogni 50mila (quindi per Bergamo una ventina) mentre quello regionale si riduce ad uno ogni 150mila abitanti e cioè, per Bergamo, circa 7-8.
Al di là di polemiche sulla semplice quantità, sembra proprio evidente che, dopo le drammatiche esperienze della pandemia COVID, la tanto invocata inversione di tendenza sull’importanza della medicina di territorio, in Lombardia, resta solo una speranza. Tanto più che per una prima fase le “nostre” Case della Comunità non sarebbero che due soltanto e un solo Ospedale di Comunità.
Certo, sulla programmazione di un numero meno esiguo di strutture pesano come un macigno tanti anni di “modello lombardo” con una esasperata centralità ospedaliera che riempie i pronto soccorso e un continuo svuotamento dei Distretti come ruolo di cura e di integrazione sociosanitaria. Il tutto è poi aggravato dalla carenza di medici e infermieri che rende assai poco realistico progettare grandi numeri. Ma almeno si potrebbe cominciare ad uscire dal vago sui “contenuti” di case della comunità e ospedali di comunità, cominciare, ad esempio, a stipulare protocolli di integrazione tra i servizi sociali comunali (quindi, oltre agli Assistenti Sociali, anche i servizi domiciliari) e le strutture sociosanitarie (Consultori, RSA, RSD, Assistenza Domiciliare Integrata …) che già ora coprono una parte dei buchi della rete, oltre rapportarsi con le strutture ospedaliere delle tre ASST. Questo lavoro sarebbe importante anche per cominciare a superare quell’immagine di rifacimento della sola facciata che trasmette l’elenco delle sedi individuate, per lo più già sede di ambulatori, poliambulatori e reparti ospedalieri; le case della comunità non sono certo un poliambulatorio ma sono, almeno nei progetti del PNRR, luoghi di cooperazione tra molte figure professionali e molti servizi. Questo lavoro sarebbe utile anche per valorizzare quel che già si fa, ad esempio, in zone come la Valle Seriana, del tutto dimenticata dalla Delibera, nonostante le smentite sulla stampa.

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